Intervista a Hermann Frank Meyer
Pubblicato da Alexsandra su Dicembre 29, 2007
Premessa
HERMANN FRANK MEYER uno studioso tedesco non sospettabile di indulgenza verso le nefandezze compiute dai suoi connazionali durante il secondo conflitto mondiale, ha scritto un libro uscito di recente -’Bluetiges Edelweiss’ (’Edelweiss sanguinanti’)- in cui riassume le “gesta” compiute nel 1943 dall’omonima divisione alpina tedesca ‘anche’ a Cefalonia.
Ha rilasciato un’intervista al quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung in cui però l’entità numerica dei caduti italiani è calcolata intorno a 2.000 unità ed è questo un dato rilevante della sua opera che smentisce le cifre trasmesse da sessant’anni a questa parte
Nel settembre 1943 le truppe da montagna tedesche uccisero un gran numero di italiani sull’isola greca. Per decenni tutte le indagini su presunti colpevoli sono state insabbiate. Poco tempo fa, la Corte d’Appello regionale di Monaco ha archiviato l’ultimo processo ancora pendente contro l’ex tenente Otmar Mühlhauser. Motivazione: un omicidio non sarebbe più perseguibile, tutt’al più si potrebbe prendere in considerazione come omicidio doloso. Questo stato di fatto sarebbe però caduto in prescrizione.
Il 67enne Hermann Frank Meyer non riesce a capire questo verdetto. L’ex imprenditore è da decenni sulle tracce dei crimini della Wehrmacht. Per il suo ultimo libro (La stella alpina insanguinata. La prima Divisione da Montagna nel secondo conflitto mondiale“, editore Links, Berlino, ca. 800 pagine) che dovrebbe apparire alla fine dell’anno, ha fatto ricerche per 15 anni.
SZ: Cefalonia è ritenuta oggi uno dei maggiori crimini di guerra della Wehrmacht. Quanti Italiani furono veramente uccisi allora?
Meyer: Le cifre vanno da 4.000 fino a 10.000 morti. Esse sono molto esagerate. Nel mio libro ho confrontato queste cifre in modo accurato. Secondo il mio calcolo allora sono morti in totale circa 4.000 Italiani; 2.500 sono morti sull’Isola, nelle esecuzioni, ma anche in azioni di combattimento o nei massicci bombardamenti della Luftwaffe. Altri 1.500 prigionieri sono morti durante il trasporto dall’Isola, perché le navi sono finite sulle mine ed affondate.
SZ: Ciò significa che il numero degli uomini effettivamente trucidati non potrà più essere determinabile in modo reale?
Meyer: Quanti dei 2.500 Italiani sull’Isola siano stati veramente fucilati non posso dirlo. Ad essere documentata è la fucilazione di 137 Ufficiali presso la “Casa Rossa”, dove entrarono in azione almeno 4 plotoni. Il primo ad essere fucilato alle ore 8 del giorno 24 settembre fu il Comandante Generale italiano Antonio Gandin. Le fucilazioni andarono avanti fino a mezzogiorno. Ne uscirono vivi 36 Ufficiali in quanto originari dell’Alto Adige, oppure poterono dimostrare di essere Fascisti, oppure infine furono salvati da un sacerdote italiano che aveva implorato il Comandante Maggiore von Hirschfeld di salvar loro la vita.
SZ: Una cosa sono i numeri. Ma poi come ha reagito al massacro la giustizia del dopoguerra?
Meyer: ci furono in tutto quattro grandi processi, uno in Italia e tre in Germania. L’unico ad essere condannato fu il generale Hubert Lanz (comandante della Divisione NdR). In un processo successivo a Norimberga, nel 1948, fu condannato a dodici anni di prigione, ma dopo tre anni fu di nuovo libero. Nel 1951 fu di nuovo accusato – ed assolto. I numeri effettivi delle vittime furono allora totalmente ignorati.
Gli accusatori erano mal preparati. Si parlava sempre di 15 o 25 ufficiali giustiziati. Andò a vantaggio di Lanz anche il fatto che egli avrebbe rifiutato l’ordine del Führer di fucilare i prigionieri. Questo è un mito, un‘assurdità totale. Al contrario: aveva il potere di far prevalere la mitezza, ma non lo ha fatto.
SZ: e gli altri processi?
Meyer: furono archiviati.
SZ: anche in Italia?
Meyer: sì, all’inizio degli anni ’50 vi furono indagini su circa trenta tedeschi in contumacia. Ho trovato prove che il governo italiano non era in alcun modo interessato a portare avanti questo processo. Si voleva che i tedeschi entrassero nella NATO, nel qual caso un processo sarebbe stato d’intralcio. Il giudice militare di Roma chiese aiuto al Ministero degli Esteri per gli accertamenti e le richieste di estradizione.
Il Ministero degli Esteri, però, nel 1956 rifiutò di richiedere l’estradizione dei tedeschi. Nel 1960, infine, tutte le richieste furono sospese.
SZ: quindi l’Italia, in generale, ha rinunciato a ciascuna estradizione?
Meyer: sì, nella Prefettura Militare di Roma giacevano 695 atti preliminari su crimini irrisolti delle SS e della Wehrmacht in Italia, che erano stati raccolti dagli Alleati. I documenti furono archiviati in un armadio della Prefettura. In questo cosiddetto “armadio della vergogna” c’erano anche gli atti di Cefalonia.
SZ: cosa fece la giustizia tedesca?
Meyer: la Procura della Repubblica di Dortmund portò avanti dal 1964 una indagine molto ampia, che fu archiviata quattro anni dopo con motivazioni scandalose. Nel 1999 fu ripresa in mano dal Procuratore Capo Ulrich Maass. La causa, fra le altre cose, fu la pubblicazione di un articolo della Süddeutsche Zeitung del marzo 2003 scritto da Christiane Kohl, nel quale erano citati i diari di soldati tedeschi e venivano pubblicate le foto scioccanti della fucilazione di un generale italiano e del suo Capo di Stato Maggiore. Maass esaminò circa 3.500 membri della Wehrmacht incluso l’ex tenente Otmar Mühlhauser, che comandava il suddetto plotone d’esecuzione. Questo processo fu spostato a Monaco per ragioni di competenza. E là ora è stato archiviato.
SZ: qual è la sua competenza?
Meyer: nell’ordinanza di archiviazione di Dortmund c’è una frase che mi lascia tendere l’orecchio. Dice che per quanto attiene al processo di Monaco, gli estremi della crudeltà nell’omicidio non sono stati sufficientemente provati.
SZ: ma questo è un rimprovero fra colleghi.
Meyer: sì, lo penso anch’io. Secondo me i pubblici ministeri di Monaco sapevano troppo poco sui fatti di Cefalonia. Si immagini: la fucilazione degli ufficiali è durata quattro ore, dalle 8 del mattino fino a mezzogiorno. La gente stava nel cortile e attendeva la propria esecuzione. Se questa non è crudeltà allora cos’è?
SZ: perché gli accusatori sono così timidi? Si vuol chiudere solo il fascicolo degli atti, o c‘entra anche il fatto che oggi i colpevoli hanno dagli 80 ai 90 anni e non si vuole più portarli in tribunale?
Meyer: Nel corso degli anni ho visionato più di 300 inchieste preliminari su crimini della Wehrmacht in Germania. In nessun caso si è arrivati all’apertura di un processo. Naturalmente si volevano chiudere i fascicoli degli atti. Capisco tuttavia che non si vogliano portare questi anziani in prigione. Ma, dal punto di vista delle vittime, un processo sarebbe stato un segnale forte per mettersi ad elaborare il passato.
SZ: l‘ex tenente Mühlhauser ha 86 anni. Ora può tirare un sospiro di sollievo.
Meyer: non del tutto. Dopo l’archiviazione in Germania, un processo contro Mühlhauser è stato istruito in Italia. In questo caso i parenti delle vittime hanno fatto molta pressione.
SZ: pare che in Italia il Codice Penale sia concepito in maniera diversa, specie a riguardo dello stato di fatto dell’omicidio.
Meyer: sì, per l’appunto non esistono queste sottili differenze fra gli estremi oggettivi e soggettivi dell’omicidio.
SZ: rimane anche lo stigma che nessun tribunale tedesco abbia mai portato nessun responsabile del massacro di Cefalonia alla resa dei conti.
Meyer: Sì. E questo di fronte a uno dei più grandi crimini della Wehrmacht…
SZ:…Che ancor oggi viene contestato dai reduci delle truppe alpine.
Meyer: questo è grave. Tanti non vogliono ammettere che, nel sud-est Europa la 1° Divisione da Montagna abbia infierito tremendamente. Non solo a Cefalonia, ma anche a Corfù e nell’Albania meridionale furono massacrati dei prigionieri italiani. Per di più, con le cosiddette “misure di espiazione” – in una reazione totalmente sproporzionata agli attentati ai militari della Wehrmacht – migliaia di civili furono uccisi, centinaia di villaggi dati alle fiamme e i campi devastati, per togliere alla popolazione i mezzi di sussistenza. Per le truppe da montagna, ancor oggi il generale Lanz è un resistente e un eroe, perché – a quanto pare – non ha ubbidito agli ordini del Führer ed ha rifiutato la fucilazione dei prigionieri a Cefalonia. Sono leggende che confuto nel mio libro. Lanz ha passato l’ordine criminale e in un caso particolare lo ha aggravato. Non c’è niente da fare.
SZ: a cosa si appoggiano le sue conoscenze?
Meyer: i dati risultano in maniera inequivocabile da inchieste preliminari, documenti della Wehrmacht, appunti di soldati. Già prima del trasferimento a Cefalonia essi sapevano che gli italiani dovevano essere fucilati.
SZ: signor Meyer, cos’è che effettivamente La spinge ad indagare crimini di guerra da decenni?
Meyer: mio padre era dislocato in Grecia come ufficiale contabile. Nel 1943 fu dichiarato disperso. Nel 1963 mi sono recato per la prima volta in Grecia per indagare sulla sua morte. Alla fine ho trovato la sua tomba ed ho riportato a casa le sue ossa. Però ho elaborato il trauma dopo 25 anni di ricerche in un altro libro. Il tema non mi ha più abbandonato.
(Intervista di Alexander Krug)
Conclusioni
Sul numero delle vittime si è parlato molto, molti studiosi e storici hanno detto la loro versione, da Giorgio Rochat, che ha ridimensionando a meno di 4.000 il numero delle vittime, numero che in precedenza, aveva indicato in 9.000 o 10.000, Paoletti riporta ancora la versione dei 10.000 morti, e Massimo Filippini afferma che le vittime siano poco meno di 2.000
Si nota però nell’intervista di Meyer qualche imprecisazione soprattutto giuridiche (l’estradizione di un cittadino tedesco in Italia non era prevista tra Italia e Germania nel dopoguerra ed ancora oggi), nella parte iniziale dell’intervista viene anche smentito il “massacro di un’intera Divisione” di cui ancora oggi si parla.
E’ indubbio che al di là del numero esatto dei caduti i nostri soldati devono essere riconosciuti come EROI, è altrettanto vero che da parte dei vari governi che si sono succeduti finora non c’è mai stata l’intenzione di fare luce su quanto avvenne ed è altrettanto chiaro che non è stato fatto niente per interessi “politici”, vengono ora definiti così, però c’è da dire che i signori che ci governano (non mi riferisco all’attuale governo, ma a tutti quelli che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi) non hanno nessuna intenzione di fare chiarezza e dirci la verità, se nascondono crimini del genere, se non svelano altri fatti “oscuri” della nostra storia (Ustica????) come possiamo dare loro ancora fiducia?.
Mi fermo quì altrimenti qualcuno di loro oscura anche il mio blog(ogni riferimento è puramente voluto)
Invito in questo articolo gli studiosi e gli storici che hanno seguito questa vicenda, di esprimere i loro punti di vista sulle mie considerazioni finali, su cosa si può fare, come intervenire etc… altrimenti siamo costretti ancora al silenzio e non sapremmo mai la verità.
Domanda: Perchè il governo Italiano non è mai intervenuto? che interessi ci sono sotto?
Se qualcuno ha del materiale, me lo puo’ inviare via email (è nella home page) che lo pubblicherò



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